Supplica, stupore e vigilanza

Prima domenica di Avvento

Supplica, stupore e vigilanza

Is 63,16-17.19; 64,2-7; Sal 79;1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37.

L’avvento, che cominciamo questa domenica, sono solo quattro settimane per prepararci a ricordare la nascita di Gesù? No. L’Avvento è molto di più. Non è un ricordo romantico di un evento passato, ma una comprensione profonda di ciò che è accaduto e una preparazione all’incontro finale con il Signore. Per questo, la liturgia suggerisce tre atteggiamenti: la supplica (prima lettura), l’ammirazione per le cose buone ricevute (seconda lettura) e la vigilanza (Vangelo).

La Supplica 

La prima lettura ci colloca circa cinque secoli prima della venuta di Gesù, quando la situazione di Gerusalemme e Giuda lasciava molto a desiderare da ogni punto di vista: politico, sociale, religioso. Il popolo d’Israele è visto come un cencio sporco, un albero con rami e foglie appassite. La situazione non sarebbe molto diversa dalla nostra ma il popolo, invece di incolpare i politici, i banchieri, il FMI, i presidenti delle grandi corporazioni, si riunisce in assemblea liturgica e intona un lamento.

Le parole del popolo offrono un curioso contrasto quando parlano di Dio. A volte sottolineano i suoi tratti positivi: è “nostro padre”, “il nostro redentore”, “vai incontro a chi pratica la giustizia”, “siamo tutti opera della tua mano”. Altri si lamentano perché “ci hai sviato dalle tue vie e hai indurito il nostro cuore”, “ti sei adirato e abbiamo fallito”, “hai nascosto il tuo volto da noi”. Ma il popolo riconosce che la colpa non è di Dio, bensì sua: “siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”.

Qual è la soluzione? Sorprendentemente, che Dio si converta: “ritorna per il bene dei tuoi servi”, “vuoi squarciare i cieli e scendere”, “cancella la nostra colpa”. I profeti precedenti (Amos, Isaia, Geremia…) avevano attribuito grande importanza alla conversione, al fatto che il popolo tornasse a Dio e cambiasse strada. Chi prega questo lamento non confida in se stesso. Deve essere Dio stesso a tornare e, come un buon vasaio, a plasmare un nuovo vaso.

Nel contesto dell’Avvento, la frase più suggestiva che ha spinto a inserire questo testo nella liturgia è: “Vorresti squarciare i cieli e scendere”. Sebbene il profeta pensi a una venuta di Dio, la liturgia ci fa pensare alla venuta di Gesù. Ma questo ricordo deve essere accompagnato dal riconoscimento della nostra debolezza e del nostro bisogno di essere salvati.

Lo stupore

La risposta di Dio supera di gran lunga quanto chiesto dal popolo nella lettura di Isaia, ma in modo diverso. Dio Padre non squarcia i cieli, non ci viene incontro personalmente. Manda Gesù e dal momento in cui lo accettiamo, la nostra vita cambia completamente. Paolo parla del nostro passato, del nostro futuro e del nostro presente.

Nel passato, Dio ci ha arricchito in tutto; ci ha chiamato a partecipare alla vita di suo Figlio, Gesù Cristo. L’immagine è potente e strana. Ricorda l’esperienza del figlio con la madre, da cui riceve la vita. Ma questa relazione vitale non termina con il taglio del cordone ombelicale, bensì dura per sempre.

Per quanto riguarda il futuro, attendiamo la manifestazione di Gesù Cristo, la seconda e definitiva venuta del Signore, un tema essenziale per i primi cristiani come lo dovrebbe essere per noi in questo tempo di Avvento.

Nel presente, “non ci manca nulla”. Quando tante persone si lamentano, a volte giustamente, delle tante cose che mancano loro, queste parole possono essere quasi offensive: “Non vi manca nessun dono”. È un buon momento, in questo Avvento, per pensare a quali cose apprezziamo: se le cose materiali, che spesso mancano, o le ricchezze spirituali che Gesù ci offre.

L’insegnamento di Paolo non si colloca in un contesto di fredda riflessione teologica, ma di preghiera e di ringraziamento pensando ai suoi cristiani di Corinto, la più complicata e travagliata delle sue comunità.

La Vigilanza

È ironico che il Vangelo non parli di Dio Padre o di Gesù. Si concentra su di noi, sui suoi discepoli e sull’atteggiamento che dovrebbero avere rappresentato dal verbo “vegliare” ripetuto per ben tre volte in poche righe. Questo vangelo ci fa capire che l’Avvento non ha solo lo scopo di ricordarci la venuta del Signore, ma anche di prepararci all’incontro finale con Lui.

L’attività pubblica di Gesù si conclude con un discorso sulla fine del mondo e sulla sua seconda venuta, che non è rivolto a tutti i discepoli, come suggerisce l’introduzione al Vangelo di oggi, ma solo ai primi quattro chiamati da Gesù: Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea (Mc 13,3-37). Gesù poco prima aveva detto, parlando del tempio, che non sarà lasciata pietra su pietra che non venga distrutta. Per questi quattro discepoli la distruzione del tempio di Gerusalemme equivale alla fine del mondo e vogliono sapere quando avverrà e quali segni la precederanno. Un argomento che a noi sembra più roba da Testimoni di Geova, ma che preoccupava molto le prime comunità cristiane. Il discorso di Gesù nel quale risponde a questa preoccupazione si conclude con questa esortazione alla vigilanza, che la liturgia, con pieno significato, applica a tutti i discepoli e a tutti noi.

In cosa consiste la vigilanza? È suggerito in pochissime parole: “È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare”. Questa è, in parte, la missione dell’Avvento: riflettere sul proprio compito ricevuto da Dio ed esaminare se lo stiamo svolgendo correttamente.

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