“Ecco l’agnello di Dio”

II Domenica del T. Ordinario – “Ecco l’agnello di Dio”

1Sam 3,3-10.19; Sal 39; 1Cor 6,13-15.17-20; Gv 1,35-42

Dopo aver definito Gesù “l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”, non che toglie i peccati, come la trasposizione liturgica di questa frase ha poi fatto significare. Non sono i peccati degli uomini che l’agnello espia, ma l’agnello di Dio toglie il peccato del mondo, cioè estirpa quella cappa di tenebre che impedisce nella comunità la comunicazione tra Dio e l’essere umano.

E come la estirpa? Battezzando in Spirito Santo. Bene, dopo questo Giovanni Battista è ancora lì con i suoi discepoli e “fissando lo sguardo su Gesù che passava”, fissare lo sguardo significa penetrare intimamente, svelare la realtà della persona, “disse: «Ecco l’agnello di Dio!»” riassumendo la formula precedente.

L’agnello di Dio è l’agnello che gli ebrei dovevano mangiare la notte della Pasqua quando cominciava la liberazione dalla schiavitù egiziana. La carne dell’agnello avrebbe dato la forza per iniziare questo cammino verso la libertà, il sangue li avrebbe salvati dalla morte.

Ebbene, annunziando Gesù come l’agnello di Dio, Giovanni Battista annunzia la nuova Pasqua di liberazione di Dio dalla schiavitù e dalle tenebre.

“I suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù”, lo seguono subito, lasciano colui che annunzia per colui che viene annunziato. Gesù va sempre incontro al desiderio dell’essere umano, infatti “Gesù si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?»” Non chiede “chi cercate”, ma “che cosa cercate”?

Che cosa cercano? Titoli, successo, potere o cercano pienezza di vita che si realizza mediante l’orientamento della propria vita per il bene e il servizio degli altri, come farà Gesù? Ebbene, i discepoli si dichiarano disposti a vivere con lui, ecco perché gli chiedono “«Dove dimori?»”

A quell’epoca i discepoli vivano sempre, giorno e notte, con il proprio maestro. Gesù, quando i discepoli gli domandano dove dimora, non risponde indicando un luogo, ma invitandoli a fare un’esperienza.

Infatti dice: “«Venite e vedrete»”. Non è uno spazio, ma una dimensione, non dà un’informazione, ma li invita a fare un’esperienza, perché – ed è caratteristico del vangelo di Giovanni, Gesù dimora nella dimensione fedele di Dio.

E’ lì che lui vuole attrarre gli uomini per poi farli diventare essi stessi espressione di questa fedeltà dell’amore di Dio. Infatti al capitolo 14, versetto 23, Gesù dirà: “A chi mi ama il Padre mio e io verremo in lui e prenderemo dimora in lui”. Per adesso Gesù attrae le persone nella sua dimora, l’ambiente, l’ambito dell’amore fedele di Dio, poi renderà ogni persona santuario visibile dell’amore di Dio.

L’evangelista sottolinea che sono le quattro del pomeriggio, letteralmente l’ora decima. Il giorno aveva dodici ore, quindi è la fine del giorno. Sta per finire il giorno e sta iniziando quello nuovo, quello della nuova realizzazione del progetto di Dio sull’umanità.

L’evangelista sottolinea che “Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea”. L’altro? L’altro è anonimo in tutto il vangelo, non viene mai identificato. E’ il modello di discepolo, è quello che segue sempre Gesù, gli è intimo nella cena, disposto come lui a mettersi a servizio degli altri, e per questo è presente presso la croce di Gesù non per consolare il suo maestro, ma dichiarandosi disposto a finire in croce anche lui e sarà il primo che lo sperimenterà risuscitato.

L’altro era “Andrea, fratello di Simon Pietro”. Ed entra in scena questo personaggio controverso, del quale vedremo l’evoluzione soltanto alla fine del vangelo di Giovanni. Infatti il brano che segue è in stretta relazione con il capitolo di Giovanni. Ebbene Andrea cerca suo fratello Simone e “gli disse: «Abbiamo trovato il messia»”.

Stranamente non c’è nessuna reazione da parte di Simone. Né una sorpresa, né la meraviglia, nulla, il silenzio totale. E addirittura, scrive l’evangelista che Andrea lo deve condurre da Gesù, come se fosse un pacco. Non c’è nessuna iniziativa da parte di Simone, è completamente passivo.

Ebbene, così come Giovanni Battista aveva fissato lo sguardo su Gesù, e abbiamo detto che fissare significa penetrale e svelare la realtà profonda dell’individuo, ugualmente Gesù fissa lo sguardo su Simone e gli dice: “«Tu sei Simone il figlio di Giovanni»”. L’articolo determinativo significa “il figlio unico”. Quindi Giovanni non può essere il nome del padre di Simone, in quanto vediamo che Simone ha un fratello di nome Andrea. Allora qual è il significato di questo “il figlio di Giovanni”? Chi è questo Giovanni? Si tratta di Giovanni il Battista.

I discepoli venivano anche definiti “i figli” del loro maestro. Allora dichiarandosi come “il discepolo di Giovanni”, lo indica come il discepolo per eccellenza, ma non era presente quanto Giovanni Battista ha indicato Gesù come l’agnello da seguire.

“«Sarai chiamato Cefa – che significa Pietro»”. Gesù non cambia il nome a Simone, ma dice che sarà chiamato Pietro e questo nome verrà acquistando significato lungo tutto il vangelo. Per adesso sappiamo soltanto che Gesù identifica la profonda realtà di Simone chiamandolo Pietro. E questo è un espediente letterario dell’evangelista che tutte quelle volte che questo discepolo è in sintonia con Gesù – praticamente quasi mai – lo presenta col suo nome Simone; quando tentenna tra fedeltà e opposizione, Simone e il soprannome Pietro; quando è in contrasto, in opposizione o in contraddizione rispetto a Gesù, soltanto con il soprannome negativo Pietro, che vedrà la sua soluzione verso la fine del vangelo quando Gesù per tre volte si rivolgerà a Simone chiamandolo “Simone di Giovanni”.

E’ rimasto ancora il discepolo di Giovanni. E stranamente, in questo vangelo, Gesù non invita Simone a seguirlo. L’evangelista scrive che Gesù sa quello che c’è nel cuore degli uomini e non invita Simone a seguirlo. Sarà soltanto alla fine del vangelo quando Gesù finalmente dirà a Simone: “Tu segui me”.

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